Il collasso slow motion di M5S

Quello dei mancati rimborsi è un fallimento di leadership. E non solo di Di Maio. Il consenso, come le azioni per Cuccia, si pesa e non si conta

Lucia Annunziata
(15/02/2018)

L’incapacità di Di Maio non ha a che fare con i congiuntivi – peccato veniale in questo paese – ma con il suo fallimento nel trasformare il sistema Cinquestelle in una vera organizzazione, capace di mettere in piedi un meccanismo efficiente di selezione della classe dirigente. Il risultato è il collasso slow motion a cui assistiamo in questi giorni.

 

Di questo si tratta quando si discute di rimborsi.

Per evitare di assumersene responsabilità Di Maio ha scelto prima la strada banale delle “mele marce” (come sempre tutti i politici), poi quella dell’ “eccesso di fiducia nell’animo umano” – scomodando, chissà se consapevolmente, quel Rousseau che ha battezzato la piattaforma, nell’ennesimo uso a sproposito delle molte eco della rivoluzione franceseche vivono sotto pelle del movimento. Ma la responsabilità della vicenda scontrini rimane sulle sue spalle per la semplice ragione che tutto è sempre responsabilità del leader. Almeno nel senso politico.

 

La vicenda scontrini riguarda infatti di sicuro l’onestà individuale, ma dietro l’imbroglietto spunta una voragine organizzativa i cui segni da tempo tormentano l’ascesa dei Cinquestelle, e l’ascesa di Di Maio a suo leader.

 

Questa voragine non si è aperta con la scalata di Di Maio. È iniziata con alcune crepe, di cui la più importante è stata il trattamento del dissenso interno: l’espulsione del sindaco Pizzarotti, che pure ha fatto bene anche quando cacciato e questo avrebbe dovuto essere una lezione; la scomunica per tutti quelli che andavano in tv nell’epoca in cui la purezza era distinzione totale dal sistema. Ma il dissenso, si potrebbe dire, è una questione di principi da difendere. E i principi sono sacri.

 

Le vere crepe si sono aperte quando il principio si è scontrato con un principio più alto – quello della legalità: le firme false, ad esempio, le prime delle quali derubricate come errori di inesperienza, ma con il tempo rivelatesi un modo veloce e spregiudicato per aggirare le carenze del sistema organizzativo M5s. In un crescendo negli ultimi anni, il movimento ha dovuto poi misurarsi con amministratori locali indagati, e/o amministratori locali incapaci – lista in cui Raggi e Appendino occupano i primi posti. Infine, in tempi recentissimi, una serie di disastri: il flop della piattaforma (di cui pure avrebbero dovuto essere i maestri) per le parlamentarie; il ridicolo dei risultati dei voti (poche decine a testa) e poi i dubbi sui candidati, i difficili controlli, e le eliminazioni seriali dei molti che pure avevano passato le parlamentarie.

Il problema rimborsi, infine, per il quale non userei il termine scandalo – che banalizza- né termini legali – tipo furto – visto che si tratta della violazione di un regolamento interno. Ma per il quale userei certamente il termine più appropriato, che è: fallimento.

I rimborsi sono infatti il risultato di un fallimento in serie: mancato controllo della applicazione delle regole, mancata direzione della organizzazione, e, più grave di tutto, assenza di ogni comunicazione interna fra persone. Il fatto che dopo cinque anni – perché di tanto tempo si parla – nessuno abbia capito cosa stava succedendo ci parla di un vuoto di relazioni umane interne che è molto grave in una forza politica che parla di sé stessa come di una comunità.

Dov’erano in tutto questo i dirigenti di questa forza politica? Tutti hanno semplicemente avuto, come dicono, “eccesso di fiducia nell’animo umano”, o non è forse questo il quadro di una organizzazione in cui ognuno segue solo i propri percorsi, di una barca in cui ognuno rema per proprio conto?

Ho fin qui scritto che tutto questo va accollato a Di Maio perché è lui che è diventato il leader; ma in realtà la domanda sul ruolo di tutto il vertice e le più importanti personalità del M5s è il grande dubbio che proietta un’ombra ulteriore sulla vicenda.

Mentre tutto questo succedeva, almeno Di Maio ci ha messo, come si dice, la faccia. Il suo è un fallimento ma almeno ci ha provato. Intorno a lui, mentre la crepa si allargava, si allargava anche un generale fuggi fuggi – il ritorno al teatro del fondatore Grillo, le diverse strade prese da influenti figure come Di Battista e Fico, la storia di Borrelli, un altro fondatore, che senza spiegazione lascia M5s per fondare un nuovo movimento proprio ora.

Ovviamente ognuno di loro ha diritto a scegliere il proprio percorso: ma l’insieme appare come un disintegrarsi della unità della classe dirigente pentastellata.

Davvero questo quadro non avrà alcun impatto sul voto e sul futuro del M5S?

È un punto su cui i pentastellati rifiutano qualsiasi discussione. Tutti loro si dicono sicuri che il movimento non subirà alcun calo di voto, certi che i loro elettori siano fedelissimi che sanno distinguere gli attacchi del sistema dalle verità. Una teoria sposata anche da alcuni sondaggisti.

Ma, diceva Cuccia, le azioni si pesano, non si contano, e uguale valutazione si applica al voto: i pentastellati, che vogliono oggi immaginare di governare il paese, devono poter contare non solo sul numero di schede nelle urne, ma anche sulla fiducia delle istituzioni e del consenso di almeno una parte dell’opinione pubblica che non li vota, ma è contraria a bloccarli.

Da almeno cinque anni, infatti, cioè da quando hanno fatto irruzione sulla scena politica, il sistema in generale, quello delle istituzioni europee e nazionali, politiche ed economiche, ha cercato di isolare il movimento definendolo il nuovo pericolo populista.

Tuttavia, non tutta la classe dirigente e non tutta la pubblica opinione – e parlo di settori che non voterebbero M5S – ha condiviso questa narrativa. Non l’ha condivisa per contrastare la banalizzazione della politica, la semplificazione delle dinamiche sociali – e forse un po’ anche a dispetto del “pensiero unico” che sempre più le elite tendono a imporre. Una parte di classe dirigente, che fossero le ambasciate, i giornalisti, alcune organizzazioni economiche e/o sociali, hanno prestato attenzione ai pentastellati, riconoscendone le potenzialità innovative. E nelle stesse istituzioni questa apertura di credito ha trovato un suo solido spazio.

Ma oggi di fronte alla debacle di leadership emersa, scommetterà ancora sul fatto che i grillini sono un utile stimolo al cambiamento, che occorre dare loro fiducia?

Sono certa che Di Maio e tutti gli altri M5s non hanno dubbi e non condivideranno nemmeno una parola di quanto fin qui scritto.

Ma che per governare serva un consenso molto più largo del proprio elettorato a me sembra una delle poche leggi incontrovertibili della politica. Come hanno provato sulla propria pelle molti dei premier nominati e caduti proprio in questa legislatura appena chiusa.

Poi, certo, ognuno ha il diritto a mantenere le proprie illusioni.

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(103) Cazzata o Stronzata?

Liberthalia

Classifica SETTEMBRE 2017”

Ascoltare un Luigi Di Maio, il pupazzo animato della Casaleggio Associati, che dal fondo della sua inconsistenza discetta di lavoro, è come seguire le elucubrazioni di un Renzi che si sforza di parlare in inglese di “meritocrazia” e “competenza”; oppure (peggio ancora!) una Virginia Raggi che ciarla di efficienza e buona amministrazione, o un Carlo Sibilia che si occupa di “Cultura”, contro ogni sprezzo del ridicolo nella tragedia che sovrasta la farsa.
Prototipo realizzato del fancazzista professionista, inopportunamente miracolato proprio da quella ‘politica’ per professione tanto disprezzata a parole, Giggino ‘O Sarracino incarna fin troppo bene il modello prevalente dell’idiota in politica, che nei casi più riusciti può evolvere nel cretino di successo, quale ennesima variante di una imbecillitas ricorrente. Incoronato “capo politico” per successione dinastica, cliccato con un’elezione farsa tra comparse sconosciute a fare da contorno, nell’ambito delle

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L’ennesima bugia di Virginia Raggi

Virginia-RaggiLa sindaca di Roma, che rischia il processo per abuso d’ufficio e falso per le nomine di Romeo e Marra, è un’esperta dell’arte della menzogna. Ma il suo problema è che viene sistematicamente smascherata

di EMILIANO FITTIPALDI
L’Espresso – 20/06/2017

Il sindaco Virginia Raggi è una bugiarda. Non serviva il provvedimento di chiusura indagini della procura di Roma per sostenerlo, ma ora che il primo cittadino della Capitale si avvia verso un processo per falso, sarà più difficile per i suoi sostenitori difendere le arzigogolate e surreali dichiarazioni autoassolutorie della sindaca a Cinque Stelle.
La storia è nota, e riguarda la promozione di Renato Marra a capo del Dipartimento del Turismo avvenuta qualche mese fa. Una promozione avvenuta dopo l’inchiesta de L’Espresso che a settembre e ottobre svelò i rapporti corruttivi tra il braccio destro della sindaca, Raffaele Marra, e il costruttore Sergio Scarpellini.
Nonostante le inchieste giornalistiche e i dubbi crescenti di parte del Movimento ( Roberta Lombardi arrivò a definire Raffaele Marra «un virus che ha infettato il M5S», Virginia non solo decise di tenere vicino a sé il suo Rasputin, ma gli consegnò di fatto le chiavi del Campidoglio. Concedendogli carta bianca su strategie e nomine politiche. Fu Raffaele, infatti, a seguire le procedure per la promozione del fratello.

Dopo che l’Anac di Raffaele Cantone segnalò ufficialmente il rischio evidente del conflitto d’interessi, la Raggi per proteggere il suo consigliere spiegò ai dirigenti dell’anticorruzione che fu lei, e non Raffaele, a scegliere in piena autonomia lo scatto di carriera (e di stipendio) di Renato. Una balla sesquipedale, smentita in pochi giorni dalle conversazioni trovate dai pm di Roma nella chat tra Raggi e Marra su Telegram: «Raffaele, questa cosa dello stipendio mi mette in difficoltà, me lo dovevi dire». Virginia aveva infatti letto i dettagli dell’aumento sui giornali, notizie di cui era totalmente ignara. Il messaggio secondo i magistrati evidenzia in maniera inconfutabile che la Raggi ha mentito. All’anticorruzione, certo. E ai cittadini romani pure.
La sindaca è un’esperta dell’arte della bugia. Il suo problema, però, è che viene sistematicamente smascherata: se è ancora indagata per abuso d’ufficio per aver promosso e triplicato lo stipendio al re delle polizze Salvatore Romeo (ma è possibile che il capo d’imputazione venga archiviato), restano nella memoria bugie e omissioni surreali («Raffaele Marra arrestato? È solo uno dei 23 mila dipendenti del comune») e altre più gravi, come quelle sul passato nello studio di Cesare Previti, sulla presidenza di una società dell’ex segretaria di Franco Panzironi, e soprattutto sull’ex assessore all’Ambiente Paola Muraro. La Raggi, infatti, nonostante fosse venuta a conoscenza dell’indagine sull’esperta di rifiuti, per 50 giorni in varie interviste aveva negato di sapere nulla su eventuali procedimenti giudiziari.
Una mentitrice seriale, insomma.
Chissà se Beppe Grillo, per salvare la barca che affonda, deciderà di ritirare fuori il post del blog scritto a dicembre e mai pubblicato in cui cacciava Virginia dal M5S. Probabilmente sarebbe troppo tardi. La fiducia dei cittadini romani, in effetti, sembra definitivamente compromessa.

Articolo 21

Liberthalia

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure

(Art.21, comma 1-2, della Costituzione della Repubblica Italiana)

Oggi si celebra la “Giornata mondiale della libertà di stampa”. Un bene prezioso, almeno finché tale libertà viene esercitata a discrezione dei potenti, o degli aspiranti tali nelle loro pretese egemoniche, e che la stampa non disturbi troppo i manovratori in carriera…
Fintanto che la ‘stampa’, ed estensivamente i ‘media’, servono la ‘causa’ con compiacenti interviste in ginocchio, facendo da grancassa agli interminabili monologhi del leaderino di turno, senza che alcun contraddittorio o quesito indiscreto giunga a disturbare la narrazione fantastica; fintanto che l’intervistato fornisce domande e risposte dinanzi ad un microfono muto; fino a che il giornalismo da watchdog del potere si acconcerà a farne il cagnolino da…

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CIAONI AMARI

Liberthalia

fuck-offSi annunciano tempi duri per la “scrofa azzoppata”, oramai pronta per il giro arrosto e con lo spiedo infilato sapete bene dove, tanto deve bruciargli non la sconfitta, bensì la debacle senza precedenti che l’ha travolto insieme a tutti gli altri maiali della fattoria. Voleva un plebiscito ad personam che lo incoronasse imperatore di paglia in uno stato fantoccio asservito alle più rapaci oligarchie finanziarie del pianeta e svenduto agli interessi stranieri. Ha imperversato per mesi dispensando mance e promesse, nella più grande compravendita di voti di scambio dai tempi della congiura di Catilina. Ha barato, ingannato, falsificato, giocato sporco per tutta la partita pur di vincere. Ha mobilitato i suoi stalkers prezzolati in giro per l’Italia, schierato gli ausiliari di regime e mobilitato i balilla di partito, raschiando fino romano-prodiall’ultimo coprolite della fogna di governo. Ha riesumato dalla tomba vecchi fossili democristiani e giorgio-napolitanopadri ignobili della Repubblica, ai quali…

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L’ACCOZZAGLIA

Liberthalia

agent-smithL’OCSE; JP Morgan; Goldman Sachs; Morgan Stanley; Citigroup; Barclays Bank; Credit Suisse; Deutsche Bank; BlackRock; Wall Street Journal; Financial Times; Fondo Monetario Internazionale; Standard & Poor’s; Moody’s Corporation; Fitch Ratings; Algebris Investments; BCE; Bankitalia; Mediobanca; Confindustria; Confcommercio; Confagricoltura; Gruppo Salini-Impregilo… 

matrix

George Soros; John R. Phillips (ambasciatore USA in Italia); Angela Merkel; Wolfgang Schäuble; Jean Claude Juncker; Vincenzo Boccia; Luca Cordero di Montezemolo; Emma Marcegaglia; Sergio Marchionne; Luigi Abete (presidente BNL); Alessandro Garrone (vicepresidente del gruppo ERG); Carlo De Benedetti (82 anni); Fedele Confalonieri (79 anni)…

odissea_nell_ospizioGiorgio Napolitano (91 anni); Romano Prodi (77 anni); Franco Bernabè; Elsa Fornero; Flavio Briatore; Denis Verdini; Angelino Alfano; Pier Ferdinando Casini; Maurizio Lupi; Vittorio Feltri…

renzi-etruria

Sicuramente ne…

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Talent Scout

Liberthalia

Art of Est-Monkey

Continua la farsa tutta capitolina dei bimbi cinque stelle all’Asilo Cretinetti, precocemente decotti sotto le radiazioni emanate dal “raggio magico” della fatina furba dei Parioli, direttamente paracaduta sul Campidoglio su lancio dello studio legale Sammarco & Previti che infatti adesso amministra la città per procura tramite la sua (ex?) associata, dopo aver utilizzato il Cottolengo a 5 stelle come un taxi da sfruttare per la sua corsa a “sindaca”.
lizardSpeculando sull’indignazione telecomandata a portata di clic, a RaggiRoma il M5S avrebbe potuto far eleggere anche il Pulcino Pio. Invece ha preferito scegliere un’abile gattamorta che, esaurita la manfrina, pare sempre più legata a doppio filo con gli impresentabili arnesi riciclati dalle terrificanti esperienze Alemanno-Polverini, nonché ai salotti neri di quel ‘generone’ romano che prospera all’ombra delle cricche immobiliari, consorterie forensi, ed esclusivi circoli sportivi…
Virginia Raggi E così Virginia Raggi, provvisoriamente sindaca prima del commissariamento ormai prossimo, ha fregato (quasi) tutti; a…

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La giunta Raggi e l’innocenza perduta

Dal poco che trapela dalle “segrete stanze” del Movimento, i dimissionari pagano una “crisi di rigetto” che, fin dalla vittoria elettorale alle amministrative di giugno, sta avvelenando l’organismo pentastellato

di MASSIMO GIANNINI

SE ROMA è lo “stress test” che misura la capacità di governo del Movimento 5 Stelle, i segnali che arrivano dalla Capitale non sono confortanti per il Paese. Diciamo la verità, nessuno poteva pretendere che la giunta guidata da Virginia Raggi, in poco più di un mese, potesse ripulire la città eterna di tutti i suoi atavici mali: mafia e monnezza, buche e pantegane. Ma allo stesso modo nessuno poteva immaginare che il Campidoglio pentastellato, dopo appena settanta giorni, facesse saltare cinque poltrone in un colpo solo. E non poltrone qualsiasi. Un capo di gabinetto, i tre manager che guidano Atac e Ama (le due municipalizzate più disastrate d’Italia) e soprattutto un super-assessore al Bilancio che era il vero (e forse unico) fiore all’occhiello di questa giunta: quel Marcello Minenna, trasferito a forza dalla Consob, che aveva in mano il portafoglio e il patrimonio di Roma, gravato da un debito monstre di quasi 13 miliardi. Un fatto grave. Anche al di là delle ovvie invettive del Pd, che farebbe bene a non maramaldeggiare troppo sulla Capitale, visto che ha allegramente e colpevolmente contribuito a ridurla com’è.

Ma se persino Paola Taverna parla di “perdita gigante”, vuol dire che qualche ingranaggio più “strutturale”, nella macchina del potere pentastellato, si è rotto davvero. E se non piangessimo i morti di un terremoto vero, che ha distrutto vite e destini, dovremmo parlare di un sisma politico, che squassa il movimento e apre una faglia profonda proprio nel luogo simbolo in cui Grillo tenta di dimostrare quello che, finora, rimane indimostrabile e indimostrato: e cioè che il Movimento, elaborato il lutto di Gianroberto Casaleggio, è ormai entrato nell’età adulta, ed è ormai pronto a guidare l’Italia. Purtroppo, per un Paese ormai “tripolare” che avrebbe un urgente bisogno di alternative politiche tutte ugualmente credibili e spendibili, le cose non stanno affatto così. L’alternativa non esiste più a destra, perché tra le macerie del berlusconismo si vedono avanzare solo fantasmi. Ma non esiste ancora nei 5 Stelle, perché tra le “anime” del grillismo si vedono crescere solo miasmi. Cosa è successo, infatti, a Roma? E perché queste cinque dimissioni in un solo giorno sono inquietanti? Per due ragioni di fondo.

La prima ragione è di merito. Questa “rottura” multipla, che indebolisce drammaticamente una squadra già di per sé non eccelsa (almeno rispetto alle attese), non avviene su temi concreti, che riguardano la vita di tutti i giorni di quattro milioni di cittadini. Raineri o Minenna non se ne vanno perché non c’è accordo con la Raggi o con gli altri assessori su come risolvere il problema dei rifiuti, o su come rendere più efficiente il trasporto urbano, o sui lavori che sarebbero necessari se si accettasse la candidatura alle Olimpiadi. Dal poco che trapela dalle “segrete stanze” del Movimento (e già questa formula obbligata ne tradisce la vocazione originaria), i due dimissionari pagano una “crisi di rigetto” che, fin dalla vittoria elettorale alle amministrative di giugno, sta avvelenando l’organismo pentastellato. È in corso, dicono, un regolamento di conti: da una parte c’è la sindaca e i suoi fedelissimi, sempre più chiusi dentro al “raggio magico”, dall’altra ci sono gli “esterni” e i “tecnici”, sempre più esclusi e scontenti. Perché litigano? I cittadini romani, e noi tutti, vorremmo saperlo.

E invece non lo sappiamo. Perché nessuno spiega niente. E quello che vediamo e abbiamo visto finora non è un dibattito serrato e concreto su come si abbatte il debito, su come si riduce l’addizionale Irpef, su come si migliora il decoro urbano, ma l’ennesima, estenuante querelle sulle nomine e sugli stipendi degli amministratori. Come avrebbero fatto i dorotei o i craxiani di una volta. E com’era già successo agli stessi parlamentari grillini dopo il successo elettorale del 2013, quando sprecarono il primo anno a Montecitorio non a illustrare agli italiani come si finanzia davvero il reddito di cittadinanza, ma a sbranarsi tra loro sugli scontrini e le ricevute del ristorante.

E qui emerge la seconda ragione, che invece è di metodo. I Cinquestelle hanno avuto un merito oggettivo: hanno cambiato i modi e i tempi della comunicazione politica, anche attraverso l’uso “orizzontale” della Rete. Ora, quello che è appena accaduto nella Capitale ha una portata politica evidente. E dunque dovrebbe essere raccontato con assoluta chiarezza all’opinione pubblica. Non può bastare un post sulla pagina Facebook della sindaca, pubblicato alle quattro del mattino, in cui la Raggi si limita a dare una lettura banalmente burocratica delle dimissioni del suo capo di gabinetto, senza dire nulla di quelle del super assessore al Bilancio. Salvo poi parlare del dovere della “trasparenza”.

Gestito così, il Campidoglio non è una casa di vetro. Diventa una corte di Bisanzio. Un concentrato di veleni e di arcana imperii di cui nessuno sa e capisce nulla. Una guerriglia sotterranea tra un maxi e un mini direttorio, un conflitto permanente tra correnti palesi e occulte, che in qualche caso fanno rimpiangere i partiti vecchi e rissosi della Prima Repubblica.

Dov’è finita la “diversità” pentastellata? Dove sono finite l'”innocenza” e la “purezza” del Movimento, il “non partito” con il “non statuto”, che nasce e cresce dal basso e che in virtù dei sacri principi fondativi (“uno vale uno”, “i leader non esistono”) rivoluziona la politica e rifonda la democrazia? Per adesso, il “grillismo reale” precipita in un vortice di impreparazione e di presunzione. Si avvita in una spirale di velleitarismi e di personalismi. Ribellarsi alle élite è giusto. E il Movimento, con i suoi quasi 9 milioni di elettori alle politiche del 2013, ha dato corpo esattamente a questa legittima istanza di “ribellione democratica”. Ma governare è un’altra cosa. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista lo sanno bene. Quando in gioco c’è non solo il Campidoglio, ma in prospettiva addirittura Palazzo Chigi, il motto “meglio inesperti che disonesti”, per quanto rassicurante, non può più bastare.

Il governo dei giudici

Liberthalia

VESPE

La Morticia surrogata della Famiglia Addams pentastellata Virginia Raggiinizia a scoprire a sue spese che non basta riunire quaranta citrulli perdigiorno in una piazza a scandire o-ne-stà! per amministrare una città, affidandone poi la gestione e gli assessorati ad un pugno di magistrati contabili (superpagati al netto della retorica pauperista) e commercialisti, quasi tutti in trasferta retribuita da Milano. In pratica una prosecuzione 2.0 dell’amministrazione commissariata del prefetto F.P.Tronca, ma sotto l’immancabile supervisione della Casaleggio Associati. E non vanno sottovalutati gli sconcertanti apporti della catastrofica giunta Alemanno, alla quale il “Sistema Raggi” è assai più collaterale di quanto non si voglia ammettere… Meglio se pescati in quello straordinario parco di talenti, transitati per la ricca greppia dell’UNIRE di Franco Panzironi, a partire dallo “spermatozoo che fecondò il movimento” (sic!).
Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso...Che poi, esaurite le boutade e le fanfaronate (ultimo della serie è quell’Alessandro Di Battista che…

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A Roma non abbiamo un sindaco, ma un album di famiglia

di 

Il sindaco di Roma Virginia Raggi con il figlio durante la prima riunione della nuova assemblea capitolina in Campidoglio, Roma, 07 luglio 2016. Virginia Raggi in fascia tricolore è andata a prendere suo figlio di 7 anni nell'area riservata al pubblico, lo ha preso in braccio e portato sullo scranno del sindaco. ANSA/ANGELO CARCONI

E il piccolo Matteo sul suo scranno durante la votazione in assemblea capitolina, che stringe la mano al neo presidente De Vito, poi gioca con lo schermo touch della postazione. Carino, fa molto primo sindaco donna e madre, ci sta.

E il padre e la madre emozionati in aula. “Quanto sono felice? in una scala da 1 a 100, direi 101”, dichiara il padre. Carini, fa molto sindaco figlia, ci sta.

E il marito, quello della lettera nel giorno della vittoria. “Una giornata speciale per tutti. Se sono emozionato? Certo. Che cosa ha detto Virginia dopo la lettera aperta che le ho indirizzato all’indomani della vittoria? Ci siamo visti, abbracciati, era contenta, ma la lettera non è importante”. Eppoi: “Se aiuterò Raggi? Ci mancherebbe, sono un attivista da tanto tempo”. Opportuno, fa molto sindaco moglie, ci sta.

E i colleghi dello studio Sammarco, quello che difese Previti, dove la Raggi fece pratica, e che creò qualche problemino, ma neanche tanto grande, alla cavalcata trionfale di Virginia. “Come era in studio? Era bravissima… Sono molto contento per Virginia, sono sicuro che farà molto bene”, dice Sammarco. Un po’ al limite, fa un po’ parenti lontani che tornano al momento meno opportuno, forse meglio evitare.

E i parlamentari Alessandro Di Battista, Carla Ruocco e Paola Taverna, non proprio il minidirettorio a 5 stelle che dovrebbe coordinarsi con il primo sindaco donna della capitale, ma una rappresentanza di peso. Istituzionale, ombrello politico, ci sta.

Infine Casaleggio-Grillo, con il blog, dove oltre alla diretta streaming della prima riunione del consiglio comunale, è stata pubblicata anche la lista della giunta con un breve curriculum di tutti i 9 assessori. “Nessuno di loro è un politico – si legge sul blog – ma sono tutti cittadini che hanno deciso di mettere la loro competenza al servizio di questa bellissima città e di noi tutti”. Sguardo che arriva dall’alto, patriarcale, anzi, visto che siamo a Roma, da generoni. Garanzia di ultima istanza. Ci sta.

Insomma, una pletora di figure intorno alla tosta Virginia. Va bene lo storytelling, la costruzione del personaggio, la persona prima della politica, ma qui un po’ si esagera. Più che un insediamento di un primo cittadino, sembra la giornata della laurea. Nuovo stile? Vincente? Umano? Vedremo, ma per ora, più che un sindaco, di cui giudicheremo gli atti, a Roma abbiamo un mega album di famiglia.

HP (07/07/2016)