La notte dell’imbecillità

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Il Movimento 5 stelle, lungi dal maturare, rimane ancorato ad una sorta di primitivismo culturale e morale. Il primitivismo della pancia e della bile, non la maturità del cuore e della ragione. A quest’ultima non può aspirare semplicemente perché, se lo facesse, perderebbe di un colpo la sua ragione sociale, la sua identità. Lo sanno bene Grillo e Casaleggio, i due padri-padroni, finto-democratici e finto-indignati, che come i pupari siciliani tengono in mano le fila del Movimento. E lavorano sull‘imbecillità umana, la cui madre, come è noto, è sempre incinta. Non uso a caso il sostantivo “imbecille”, che indica nell’etimo latino colui che è debole nel ragionamento. Esso, infatti, mi è sovvenuto leggendo della “Notte dell’onestà“, l’ultima iniziativa romana dei grillini, svoltasi prudenzialmente in una piazza più piccola rispetto a quelle utilizzate dal movimento in precedenza.

Nello specifico, quella che mi è venuta in mente è la pagina di Benedetto Croce sull’ “onestà politica”, laddove il filosofo scrive che “l’ideale che canta nell’anima di tutti gl’imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta d’areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese”. È un ideale da imbecilli perché, come spiega il filosofo, non tiene conto del fatto che “l’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e svariate e teoriche conoscenze”. Se dovete farvi operare, cercate un chirurgo bravo, con occhio clinico, o uno qualsiasi, bravo o non poco importa, purché abbia una coscienza adamantina?

Eppure, la “petulante richiesta” di onestà in politica, chiaro segnale di “volgare inintelligenza” delle faccende umane, è stato il grimaldello su cui un ex comico in declino ha (onestamente?) costruito la sua carriera politica. Non possiamo quindi meravigliarci se si è poi scelto, portandola in parlamento, una classe dirigente di infima qualità. Una scelta che, da grande baro, ha camuffato sotto la (finta) imparzialità democratica della rete, mettendo in atto una strategia di falsificazione della realtà non troppo dissimile da quella che, a suo dire, è propria degli odiati politici: una strategia potremmo chiamarla, usando il suo stesso colorito di linguaggio, di “presa per il c.”. Certo, l’indice di laureati fra i parlamentari e attivisti grillini, fra gli organizzatori della serata romana, è molto alto: professorini, informatici, onesti travet, e simile e similmente trista umanità, abbondano. E non poco stride la loro piccola vita con la multimiliardaria ricchezza del padre-padrone. Ma, sia chiaro, l’imbecille non è la persona semplice, e anche dignitosamente povera, ancorata ai valori tradizionali. E nemmeno è l’ignorante, colui che umilmente ignora qualcosa e si pone nella condizione, almeno mentale, di passare alla conoscenza di quel che non sa, cioè di apprendere. L’ignoranza dell’imbecille è quella di chi ha fatto bene il proprio compito e si è costruito un piccolo mondo ove ogni cosa è al suo posto e tutti sono “belli”e “onesti”.

Ed è anche, ahimé, l’ignoranza attiva, e quindi pericolosa, di chi quel suo mondicino lo vuole realizzare, o meglio che qualcuno lo realizzi per lui. In nome della sua “anima bella” manderebbe a morte, o almeno in galera, chiunque ai suoi occhi distorti l’anima sembra averla sporca o corrotta. “I ministri dell’Economia dovrebbero essere sottoposti a un processo pubblico e messi in galera”, ha tuonato il burbero capo. E la folla, fosse pure di laureati, su ad applaudire questo pericoloso proposito, questo grado zero del pensare umano. Sicuramente c’entra, nella fortuna di Grillo (spero ormai declinante), la dialettica fra purezza e impurità che ha accompagnato, sempre con esiti tragici, le vicende della politica novecentesca, soprattutto ovviamente nelle sue forme totalitarie (non ultimo quelle dell’islamofascismo odierno). Ma il tutto è calato qui in una dimensione piccolo-borghese e provinciale, da gente qualunque con pochi grilli, anzi un solo Grillo, per la testa. “Sono orgoglioso di aver portato dentro il Parlamento questi ragazzi” ha detto, sempre nella notte romana, il grande timoniere. E “ce credo!”, avranno pensato col loro disincantato scetticismo i tanti romani che si son tenuti lontani dalla piazza! Alla quale hanno invece assicurato la loro presenza, fisica o sotto forma di video messaggi, tanti “artisti” a corto di arte e di ispirazione, alla perenne ricerca di ribalta: coloro che, senza un minimo di quella originalità che si richiede all’uomo d’arte, hanno anche loro sollecitatoin questi anni, “disonestamente”, la pancia di tanti frustrati, facendosi professionisti dell’indignazione a buon mercato.

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Nell’occasione romana si è segnalato un improvviso rigurgito vintage della retorica dell’anti-italianità. La quale si basa anch’essa su un ragionamento primordiale e pericoloso ma di sicuro successo, che suona suppergiù così: se il mondo non si adatta alle mie idee, è il mondo che è sbagliato non lo sono certo le mie idee. “Il problema dell’Italia sono gli italiani”, ha detto con arrogante sicumera, il rapper Fedez. E, dall’alto dei suoi anni e del suo immeritato Nobel, gli ha fatto eco Dario Fo: gli italiani, ha detto, sono un “popolo di ladri, furfanti moderati” Spostandoci poi nel campo della patologia, non poteva poi mancare Sabina Guzzanti. La quale, udite udite, se l’è presa nientemeno che con Maria De Filippi, definendola il “male assoluto” in quanto mercificatrice dei sentimenti umani. Quasi che, ammesso e non concesso lo fosse, risultasse poi meno grave mercificare, come a Roma si è fatto, l’inintelligenza umana.

 

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