Se questo è un vicepresidente

L.elettorale: Di Maio, non vogliamo far saltare tavolo

di Marco Bracconi
(07/02/2015)

La pochezza generalizzata della classe dirigente Cinque Stelle è tale da farci percepire alcuni campioni pentastellati come dei raffinati intellettuali. E’ il caso di Luigi di Maio, da molti indicato come il fiore all’occhiello del Movimento, magari prossimo candidato premier.

Vicepresidente della Camera, vorrebbe incarnare con i suoi abitini così è se vi pare la versione correct del grillismo, quella che vuole passare per dialogante e rispettosa delle istituzioni; esattamente come l’amico Di Battista gioca a fare il Che Guevara 2.0 usando bambini poveri come spot delle patatine e ritraendosi pensoso davanti a sovrumani spazi e terzomondisti silenzi.

Spacciatore di una immagine istituzionale rigorosa e corretta quando siede sullo scranno più alto di Montecitorio, al ragazzo di Pomigliano d’Arco capita però di sdoppiarsi (come succede a molti suoi coetanei) quando durante la ricreazione si dedica ai suoi amati social network.

Nell’habitat digitale, fuori dal gessatino che gli deve stare tanto stretto, finalmente Di Maio è libero di essere se stesso: anzi il suo altro se stesso. Può così definire aguzzini i colleghi del Pd senza tener conto che è stato eletto grazie ai loro voti, che evidentemente all’epoca non dovevano fare tanto schifo; può accusare violentemente gli ex parlamentari di Scelta Civica, facendo finta di non sapere che la Costituzione (linea editoriale del suo giornale di riferimento) non prevede alcun vincolo di mandato; può catechizzare gli adepti ricordando l’ipocrisia altrui, come se far parte di un direttorio calato dall’alto fosse coerente con l’uno vale uno somministrato come un oppiaceo ad attivisti ed elettori.

Ma c’è di peggio. Perché da attento custode di regole e regolamenti, il vicepresidente della Camera può tranquillamente minacciare il presidente del Consiglio e il ministro degli Interni (che in quanto carica istituzionale dovrebbe tutelare), promettendo loro adeguata “accoglienza” in Campania, dove saranno mandati “via a calci”.

Fosse stato in aula, l’enfant prodige di Casaleggio si sarebbe espulso da solo.

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