Adesso Grillo se la prende con Beethoven. Ma è moneta guasta, più dell’euro

di PAOLO ROMANO – 02/07/14

Collerico com’era, se Beethoven avesse sentito le bestialità di Grillo sulla sua sinfonia, lo avrebbe personalmente preso a calci. Invece, rincuora a metà che la fragilità degli argomenti disponibili sul tappetto della (mica tanto) strana coppia Grillo-Farage li costringa infine a dirazzare nel clivo impervio della musica e degli inni. E in fondo non dev’essere semplice neanche per l’anziano comico in patente protosclerosi l’arrampicata su parete liscia, depauperato di qualunque ragionamento politico dotato di senso, per colpa degli altri gruppi.

Né serve scomodare cerbottane, lemmi e cipigli professorali per scompigliare le fanfaluche a cinque stelle sui poemi di Shiller o le partiture di Beethoven. Ma è utile, forse, ricordare da dove è possibile che provenga il fiotto bilioso di Grillo, a Bruxelles, per l’occasione, con un nuovo sorprendente effetto balsamo per capelli vaporosi.

Quando si scelse l’Inno alla gioia della nona sinfonia i contrasti maggiori si concentrarono sul fatto che il testo fosse in tedesco, lingua ancora nella sua asprezza e nella sua potenziale evocatività con i recenti disastri bellici ritenuta non idonea. E il dibattito fu tanto democratico quanto acceso, al punto che si tentarono – persino in lingua latina – traduzioni un po’ arraffazzonate del testo, solo per salvare la musica di Ludovico Van.

E il cotonatissimo ligure che fa? Rispolvera ogni possibile vecchia paccottiglia e armamentario ideologico del secolo scorso per ronzare come una mosca intorno alla coda del cavallo tedesco. Moneta guasta, insomma, molto più dell’euro, perché scaduta da oltre cinquant’anni, e che neanche il tentativo di riesumazione salva dal tanfo diffuso di putrescina.

Ecco perché Grillo si è dovuto riparare dietro i sacchi di sale della trincea musicale. Con argomenti straordinari, come ad esempio l’uso dell’inno da parte delle più efferate dittature e facendo volare l’immaginazione dell’esterrefatta platea da Berlino alla Rhodesia, da Pechino e Bruxelles. Un po’ come vietare in Italia l’esecuzione della Marcia di Radetzky di Strauss o Satisfaction degli Stones perché i soldati americani ci sparavano in Vietnam. Chi vuole può sbizzarrirsi in simili paragoni eccentrici.

Fin troppo facile, adesso, prevedere che gli intrepidi della X Mas grillina si apposteranno sui tetti social per cecchinare chiunque s’azzardi a sostenere che, no, Beethoven e la cultura non si toccano, d’altronde a qualche grillino pare anche piacere il loro, di inno (se ne fecero fare uno anche per le europee, pugni sul tavolo; digeribile come un sorso di cicuta a mezza mattina). I gusti son gusti.

Ma su una cosa, invece, Beppe Grillo, che non è uno sprovveduto, ma non è neanche un pozzo di scienza, ha perfettamente ragione: dobbiamo decidere che mondo vogliamo. Certamente non uno in cui la musica e ogni altro patrimonio artistico e intellettuale dell’umanità venga a trovarsi inselvatichito da attempati signori, che dovrebbero approfittare della terza età per colmare le tante lacune mollate sui banchi di scuola. Non tutto è disponibile, non tutto è fungibile. Neanche se lo si fa tanto per sbraitare qualcosa in una conferenza stampa con gli (amatissimi) giornalisti, senza i quali BG sarebbe un ectoplasma da web.

Proprio vero, quando c’era Lui andava tutto meglio. Beethoven, ovviamente.

 

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