Perché bisogna prendere sul serio tutte le parole di Grillo. E reagire

di Claudio Giua (23/05/14)

Nella storia dell’ultimo secolo la sospensione della democrazia ha sempre coinciso con la messa al bando dei partiti e la soppressione della libera informazione. Ovunque, con gli stessi tempi, con le medesime collaudate modalità.

Nei paesi dell’est europeo, a pezzi dopo la fine della seconda guerra mondiale, le forze filosovietiche presero il potere attraverso passaggi formalmente costituzionali ma che comportarono l’uscita di scena dei gruppi organizzati non comunisti e l’asservimento della stampa.

Abbattuto il dittatore cubano Fulgencio Batista nel 1959, Fidel Castro – che allora non era comunista – non ripristinò l’agibilità politica dei partiti né il diritto a far circolare informazioni e opinioni autonome. Sta ancora lì, seppure per interposta persona.

Quando nel 1954 il capo delle forze armate Alfredo Strossner divenne presidente grazie a elezioni farsa, in Paraguay c’era già un solo partito, chiamato Colorado perché “comprende tutte le ideologie”, del quale il generale aveva assunto la guida per farne il principale strumento di una dittatura che durò 35 anni. Alla cerimonia di investitura di Stroessner era presente un solo capo di Stato straniero, l’argentino Juan Domingo Peron, anch’egli militare di carriera, eletto presidente con il 56 per cento dei voti nel 1946, che aveva provveduto a togliere dalla scena i partiti della sinistra, sciolto il partito laburista e creato il suo, il Justicialista, mezzo fascista e mezzo socialista. Il regime peronista fu il primo della serie di esecutivi antidemocratici e repressivi a Buenos Aires che ebbero termine solo negli anni ottanta.

Peron alla fine degli anni trenta non aveva nascosto la propria ammirazione per Benito Mussolini che nel 1925 aveva proibito “partiti, associazioni e organizzazioni che esplicano azione contraria a regime”.

Sappiamo bene quanto tutto ciò sarebbe costato al nostro paese in lutti, distruzioni, sofferenze. Anche Adolf Hitler s’era ispirato al PNF del Duce per sopprimere ogni voce libera e creare l’unico partito legale in Germania, il nazionalsocialista, causa prima delle tragedie apocalittiche della guerra e dell’Olocausto.

Negli stessi anni e poi ben oltre la fine di fascismo e nazismo, il potere in Portogallo si concentrò nelle mani di un solo uomo, Antonio Salazar, che tacitò la libertà di stampa, abolì i sindacati, represse l’opposizione politica, creò un partito unico, l’Unione nazionale. Lo stesso è accaduto in decine di altri paesi in ogni angolo del mondo.

La democrazia si basa sulla dialettica e il confronto, che è esattamente quanto è vissuto come rischio mortale da chi vuole fare tacere le voci dissidenti. Per questo motivo il dittatore riluttante non accetta il contraddittorio (se accade, va in confusione persino con un interlocutore come Bruno Vespa). Per questo motivo cerca la propria legittimazione nelconsenso popolare basato sul pensiero unico imposto con la manipolazione mediatica che una volta si rivolgeva alla “folla oceanica” di piazza Venezia, adesso agli avatar della rete. Non gli importa se i padri costituenti ci hanno garantito la libertà di stampa, che per estensione va intesa come d’espressione e d’informazione, stabilendo (articolo 21 della Costituzione) che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Non lo ferma la constatazione che la Costituzione (articolo 49) dica che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Ecco perché quando urla che processerà in piazza i politici e i giornalisti e che caccerà dal parlamento tutti i partiti (meno il suo), abbiamo il dovere di allarmarci e di reagire. Con fermezza. Senza sottovalutare le parole, che in questi casi sono pietre scagliate contro le istituzioni democratiche per le quali mio padre, con tanti altri, andò a combattere in montagna e poi difese con orgoglio come servitore dello Stato per quarant’anni.

Per quanto incompiuta e perfettibile, la democrazia italiana ha però gli anticorpi che servono per fermare l’infezione populista e sfascista. Milioni di anticorpi, uno per ogni cittadino che abbia consapevolezza del pericolo che stiamo correndo.

Questo articolo è stato pubblicato da alcuni giornali locali e regionali di Finegil-Gruppo Espresso

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