La sconfitta dell’apocalisse di Grillo

Ludovico Fois
Esperto di comunicazione politica,
editore ilRetroscena.it

Non è stata la diretta streaming dell’incontro, il vero campo di battaglia in cui valutare vincitori e vinti del match di oggi, tra le loro maestà mediatiche Renzi e Grillo. E se qualcuno lo pensa, forse conosce poco la comunicazione politica o – semplicemente – si è distratto. Perché la vera partita si è giocata tutta dopo, durante la conferenza stampa. E gli addetti ai lavori, quelli seri, vi spiegheranno che il metro su cui si valuterà la vittoria non è certo la percezione momentanea di qualche commentatore che scambia le sue sensazioni personalissime per un’analisi di marketing politico (troppe sciocchezze si leggono in questo ore…), bensì un criterio assai più asettico e misurabile: la conquista del consenso elettorale in prospettiva.

Cominciamo dal principio, con una premessa. La diretta streaming andava evitata da Renzi. Feticcio del grillismo, imposta dalla moda corrente del “tutto in piazza”, della trasparenza artificiale scambiata per surrogato della democrazia, era -oltretutto- inguardabile. Con una qualità visiva e un sonoro pessimi. Una visione quasi inquietante, con quell’inquadratura fissa “di infilata”, da voyeur, che rendeva complicato capire persino chi parlasse. E poi, che fastidio il sovrapporsi delle voci (nei pochi spazi in cui Renzi ha tentato di parlare) che suonava come una cacofonia confusa. Nell’insieme, la forma davvero non rendeva onore alla sostanza. Più che le consultazioni di un premier per il nuovo governo in una sede istituzionale, sembrava una riunione di condominio su skype.

Insomma un contesto in cui Renzi, che funziona con ben altre modalità di comunicazione, non poteva in ogni caso rendere al meglio. E poi, forma a parte, con quell’interlocutore era ovvio che sarebbe finita così. Quello è un terreno “nativo” per Grillo e lui lo padroneggia benissimo. Sapeva perfettamente che in quella “gabbia”, chi attacca soverchiando l’avversario, regala alle proprie truppe la percezione della vittoria. Ma è solo quello, una suggestione. Nient’altro. E l’idea di aver ridotto “al silenzio” il prode Renzi, avrà anche fatto fibrillare di orgoglio lo zoccolo duro degli webnauti a Cinque Stelle.

Ma resta ciò che si è visto, un paio di minuti di arroganza dialettica, e il sospetto malizioso del trucchetto di mestiere per evitare di entrare nel merito della discussione.

Il vero disastro per Grillo è arrivato subito dopo. Un naufragio. In conferenza stampa cambia lo schema, si esce da quella dimensione claustrofobica e lì si vede davvero chi funziona sul piano dell’opinione pubblica generale. Grillo esce e inizia uno show delirante, per quanto usuale. Parla, o meglio straparla, dell’avvento dei Cinque Stelle al governo come fosse una piaga d’Egitto, evoca l’abbattimento del sistema democratico, suggerendo la distruzione del Parlamentarismo per come lo conosciamo. Fra il serio e il faceto, gigioneggia con la caricatura del dittatore che gli hanno fatto i giornali. Fa il suo show, che però appare meno brillante del solito. Roba già vista, già sentita.

E così facendo compie un errore a dir poco esiziale e di cui certamente pagherà le conseguenze. Si mostra come un apocalittico, un profeta di sventure cosmiche “il lavoro non c’è e non tornerà più”, preconizza crisi ad oltranza “crescita, ma quale crescita?”. Niente di nuovo per chi propone da tempo la “decrescita felice” come medicina ai mali del vivere moderno. Ma questa volta è un autogol che ha del clamoroso. La differenza rispetto alla carica propositiva di Renzi è schiacciante. Laddove il primo immagina un mondo cupo, povero, regredito, senza un orizzonte di serenità possibile, l’altro regala speranze, ha una vision di crescita, ottimismo, carica vitale, che da anni lo spinge avanti nel consenso.

Renzi ti racconta che l’Italia c’è la può fare, che basta fare le riforme giuste e impegnarsi. Grillo l’esatto opposto, ti terrorizza con la visione infernale di un Paese condannato al terzomondismo, che non c’è la farà mai e che solo lui può salvare dal disastro, facendoci presumibilmente tornare ad un’agricoltura di sussistenza. E’ questo il messaggio che arriva.

Grillo non solo rifiuta di riformare la democrazia (anzi la rifiuta esplicitamente e basta) ma sembra quasi augurarsi il disastro pur di vedere trionfare le proprie tesi. Il sottotitolo del suo intervento è “governeremo sulle macerie”. Il suo speech fa accapponare la pelle. Sembra un millenarista, il santone di una setta pronta a lasciare questo mondo, o il leader di quelle guerriglie dell’ultradestra americana che si riempiono il garage di armi e cibi precotti nella speranza/certezza di un ritorno della barbarie primitiva. Ma non ha capito una cosa. Nessuno vuole vivere in uno stato di guerra permanente. La gente, dopo la rabbia, cerca come ossigeno, disperatamente, la speranza di un domani migliore, più prospero e dunque migliore dell’oggi. E’ umano. E Grillo, col suo settarismo manicheo, regala questo spazio a Matteo, che è bravissimo a prenderselo.

Grillo è un dolciniano, un eretico radicale che rifiuta il confronto e predica sventure forse perché prospera nella crisi, catalizzando la rabbia. Così facendo fa un immenso regalo a Renzi, che lo ha capito bene e non a caso, quando è uscito, ha detto una frase di grande efficacia che lo ha certamente messo in sintonia con quanti, anche tra gli elettori a Cinque Stelle, hanno provato turbamento per la performance del leader: vorrei abbracciare tutti gli elettori di Grillo. Oggi è un abbraccio, domani un voto.

(20/02/2014)

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